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Aria di Natale
Natale 1968
Mò le famije se ne stanno sole
Se godeno le gioie dè Natale,
a Pasqua, tutti insieme se Dio vuole.
Natale 1975
A mia sorella Clotilde
Passeno l’anni e tu sempre serena
te porto un paragone,
una regina non stà come stai te,
cià sempre er core in pena.
Cokney
Appena ritornato da Londra, il prozio, dall’aeroporto, venne direttamente a casa nostra. Come l’avevano “ripulito” bene, gli inglesi. Avevamo davanti un signore della City: scarpe nere di vernice ai piedi, pantaloni della stoffa chiamata “gessata”, grigi con le righine bianche, la camicia, il papillon, il panciotto con un piccolo taschino dove era assicurata tramite una catenella una “caramella” e sopra di tutto questo indossava una palandrana dalle lunghe code, brandiva un bastone con il pomello in avorio e meraviglia delle meraviglie in testa portava un’alta tuba di feltro. Come quei signori che aveva frequentato incrociava le gambe mantenendosi sul bastone con le due mani, si cacciava la caramella in un occhio quasi distrattamente e guardava tutti dall’alto in basso. Rimase a pranzo con noi narrando delle meraviglie che aveva visto, ma nel pomeriggio espresse il desiderio di andare all’osteria. Tutti provammo a dissuaderlo tanto che mio padre ed io ed i miei fratelli lo accompagnammo fino lì. Lui si mise seduto sulla panca poggiando la tuba alla sua destra e voi non ci crederete ma un avventato frequentatore impegnato in una conversazione ci si sedette sopra, rovinandola irrimediabilmente. Dopo appena una settimana erano spariti camicia, panciotto e caramella. La fodera della palandrana, dopo un po’ di tempo, iniziò a scucirsi e pendeva oltre le code strusciando per terra e raccogliendo la polvere. I pantaloni, che erano di una buona stoffa, furono la cosa che gli restò più a lungo. Li indossò fino a quando non furono completamente lisi e con dei rammendi, peggiori degli strappi. La poesia era questa, una didascalia dice “Telegramma inviato a Londra”.
Alla principessa Anna d’Inghilterra per le sue fauste nozze
Quanno l’amore è sacrosanto e vero
sé fondeno dù cuori in un sospiro,
tuo zio Edoardo, rifiutò l’impero.
Via Margutta
Via Margutta, come la ricordo io, era una tranquilla, poco frequentata strada nel centro di Roma. C’erano gli artisti, è vero e potevi trovarli all’osteria che era sempre piena del loro calore e della loro allegria. Io ho iniziato a frequentarla perché una sorella di mio padre, mia zia ha scoperto in sé la vocazione artistica che ha abbracciato con tutta la sua passione. Ha preso in affitto un piccolo appartamento al primo piano, circa a metà della strada ed è lì che dipinge. Io l’aiuto ad allacciarsi il suo camice d’artista a quadretti per via dei bottoni sul retro, la tela è già stesa sul cavalletto vicino alla finestra, la zia impugna la tavolozza e comincia a stendere colori sulla tela. Dipinge dei quadri astratti e sembra che a qualcuno piacciano. La zia ha una relazione segreta con un uomo sposato e dato che nell’altra stanza c’è un letto, posso dire che sarà questo, anche il nido del loro amore. Qualche volta si deve spostare, i colori, le tele, e allora mi lascia all’osteria, in compagnia degli artisti e delle loro interminabili discussioni dalle quali mi salvano alcuni miei amichetti adolescenti come me, la zia prevede proprio tutto, con i quali trascorro il resto del pomeriggio tanto che mi accompagnano fino all’autobus con il quale inizio, verso sera, il mio viaggio di ritorno verso casa.
Poi sono arrivati i “cento pittori”, e questo ha fatto subito crescere il prezzo degli affitti. La vena artistica della zia s' inaridì definitivamente con la scoperta che tutti i quadri che aveva venduto, erano stati acquistati, tramite interposta persona, dal suo innamorato e che adesso si trovavano tutti nella sua cantina. La cosa mise a serio rischio la loro relazione e di pittori e pittura, non si parlò più. Del cielo di Roma qui rimane soltanto una striscia racchiusa tra i tetti, via Margutta adesso ha assunto l’insopportabile aspetto lisciato e leccato che hanno tutte le vie del centro storico. Un’unica cosa si è persa, la stessa per la quale aveva un senso visitare Roma: l’atmosfera.
Siamo giunti alla conclusione, se vi ho annoiato allora, vi chiedo scusa. Ho lasciato volutamente questa poesia alla fine, perché il giorno che ho ritrovato questo mazzetto di fogli fotocopiati ero così entusiasta. Non vi dirò gli astanti, ma ho avuto la presunzione di poterla recitare così come l’avevo ascoltata dalla sua viva voce, al terzo verso la mia voce si è rotta e al quarto avevo gli occhi pieni di lacrime, tanto che ho dovuto smettere. Logicamente è dedicata alla nostra artista.
A Elena XXXXXX nel giorno del suo compleanno.
Sant’Elena di Roma imperatrice
madre dè Costantino imperatore,
tu senza l’impero sei felice
l’impero tuo lo tenghi dentro ar core
cò l’anima segreta,
questo è l’augurio che tè fa un poeta.